anche a Barcellona non vogliono pagare il biglietto!

Traduciamo il comunicato

Per il trasporto pubblico al servizio delle masse

In questo processo di impoverimento e privazione che stanno subendo tutti i lavoratori e le lavoratrici e i settori popolari, nel mese di gennaio saremo sicuramente colpiti da TMB con un nuovo aumento delle tariffe del trasporto pubblico.

Il trasporto pubblico è un diritto fondamentale di tutti i lavoratori e dobbiamo fermare questo nuovo saccheggio che stiamo subendo, un furto sociale vero e proprio.

E’ da troppo tempo che subiamo un ingiustificato aumento del costo del trasporto pubblico, incoraggiato da tutti i partiti politici presenti nei diversi organi di governo.

I numerosi gestori privati che ricevono finanziamenti pubblici per il trasporto nell’area metropolitana (tre organismi pubblici più tutte le agenzie locali che ne fanno parte) non hanno subito tagli nè di stipendi, nè di alti funzionari, e la mancanza di pressione fiscale destinaai al trasporto pubblico, ad esempio sui veicoli privati​​, ne sono chiari esempi. Questo sistema di finanziamento non è sostenibile, e la classe politica offre solo soluzioni che danneggiano i cittadini e gli utenti del trasporto pubblico.

Condanniamo, inoltre, l’uso del denaro pubblico per finanziare imprese private che erogano trasporto (TRAM Baix i Besòs, Bicing, ecc.) ottenendo benefici economici.

Alcune delle misure che proponiamo sono:

a) servizio gratuito per i disoccupati o nullatenenti

b) tariffe sociali per pensionati, studenti e bambini

c) No all’aumento dei prezzi del trasporto in ogni caso

d) ritorno alla gestione pubblica di tutte le agenzie di trasporto

e) Nessun licenziamento o riduzione dei salari dei lavoratori della metropolitana

f) reintegro di Andrea De Cabo, lavoratore TMB licenziato per aver denunciato la mala gestione da parte dei dirigenti TMB

Il trasporto pubblico è un diritto, non un privilegio!

per informazioni http://nopaguem.wordpress.com/octaveta_color

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l’autogestione delle fabbriche è realtà!

La Fabbrica VIO.ME riapre nelle mani degli operai

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La fabbrica della Biomeccanica Metallica (VIO.ME.) riapre. I suoi lavoratori non vengono pagati da 19 mesi e sono quindi, in pratica, disoccupati. Adesso ricominceranno a lavorare. No, non è arrivato qualche emiro dal Qatar a Salonicco, per investire. Né tantomeno il governo ha deciso di affrontare il problema della devastazione della zona industriale della nostra città. La fabbrica di VIO.ME è stata abbandonata dai proprietari nel Maggio 2011 e riapre con un’iniziativa dei suoi lavoratori. Sotto il loro pieno controllo. Bisogna sottolineare come la VIO.ME, che è un’affiliata della FILKERAM, produceva prodotti chimici e materiali di costruzione per il settore edilizio. Secondo i suoi lavoratori, ma anche in base ai dati delle riviste economiche, fino al suo abbandono era un’impresa redditizia. I proprietari hanno portato alla bancarotta l’impresa principale licenziandone i lavoratori, mentre la filiale ha dichiarato gradualmente l’interruzione dei pagamenti, abbandonando la fabbrica e lasciando i lavoratori alla loro sorte.

I lavoratori della VIO.ME, che esercitano il diritto di ritenzione da Maggio 2011, rivendicano il cumulo di arretrati e, parallelamente, passano giorni e notti in fabbrica, facendo quotidianamente turni di 24 ore per proteggere i macchinari. Quest’estate, non avendo altra soluzione, hanno deciso di rimettere in funzione la fabbrica, sotto il controllo operaio. Una decisione che è stata subito sostenuta dai collettivi politici e sociali della città di Salonicco, creando un movimento di solidarietà che ha portato il messaggio della loro lotta in tutta la Grecia, ma anche all’estero. I giornali non ne hanno parlato più di tanto, non è stato detto in tv, ma, in tutto questo periodo, i lavoratori hanno cercato comunque di convincere lo stato, ma anche la società di Salonicco, che i padroni “spariscono” e che i lavoratori possono fare a meno di loro.

Il sostegno trovato dai lavoratori nella società, un sostegno materiale e morale, non è stato corrisposto anche dal ministero. Questo, al contrario, non ha fatto altro che fare promesse e rilasciare dichiarazioni del tipo: “le condizioni sono maturate affinché le fabbriche passino nelle mani dei lavoratori”. D’altra parte, il proprietario ha chiarito che non è per niente interessato ad occuparsi della fabbrica, che ha abbandonato da così tanto tempo. Anche perché, nel frattempo, ha accumulato ulteriori debiti. Bisogna sottolineare che i lavoratori hanno già presentato una proposta di acquisto delle azioni dell’impresa, chiarendo però che non si accolleranno i debiti dell’amministrazione precedente. Parallelamente, hanno presentato al ministero il programma di riavvio della produzione e stanno rivendicando la creazione di un quadro legislativo che permetta, anche a livello istituzionale, il funzionamento della fabbrica come cooperativa operaia, sotto la direzione dell’assemblea generale dei lavoratori.

Come ha dichiarato il presidente dell’unione dei lavoratori Takis Anagnostou alla conferenza stampa tenutasi nel “Centre of Thessaloniki Labor Union”, il funzionamento della fabbrica comincerà gradualmente. Tra le priorità dei lavoratori c’è quella di vendere all’asta lo stock confiscato all’impresa, almeno ai 2/3 del loro valore effettivo. Secondo il signor Anagnostou, tale vendita potrebbe portare nelle casse intorno ai 200.000 euro. I soldi necessari per il completo funzionamento della produzione sono molti di più, ma c’è la convinzione che anche questi, come i fornitori disponibili, si possano trovare. Ci sono già state delle proposte dal “Fondo di solidarietà dell’America Latina”, un fondo dei lavoratori, che non ha fini di lucro, fondato in Argentina per il sostentamento delle cooperative e per il recupero delle fabbriche abbandonate. Questo progetto sarà inoltre sostenuto realmente da organizzazioni solidali dall’Olanda, dalla Danimarca, dall’Austria, ma anche dall’Italia. Comunicati di sostegno sono stati rilasciati da collettivi di molti altri paesi.

In quest’ultimo periodo, i lavoratori sono arrivati ai limiti della sopravvivenza e hanno dichiarato di non poter aspettare ancora le promesse di aiuto da parte del ministero. Così, hanno deciso di passare all’immediata rimessa in funzione della fabbrica, sulla base di un modello di organizzazione del lavoro diverso, con l’aspirazione che questo si espanda anche in altre fabbriche che affrontano lo stesso problema. Con la loro iniziativa e con la solidarietà reale della società, stanno praticando la speranza che un altro mondo è possibile.

per informazioni sulla fabbrica occupata http://www.viome.org/
sulla grecia http://atenecalling.blogspot.it/

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Sul prolungamento della metro B1

Roma Metropolitane ha finalmente consegnato al Campidoglio il suo dossier relativo ai malfunzionamenti e allo stato di avanzamento dei lavori della nuova metro B1. Dalla relazione si evidenziano le numerose criticità del prolungamento della linea b nei suoi primi 6 mesi di vita, sia nel servizio offerto che nei danni collaterali causati dai suoi cantieri e dalla sua costruzione.

La società, di cui il Comune di Roma è unico proprietario, ammette gran parte delle accuse mosse dagli utenti, in particolare imputando i vari guasti ai convogli, l’inagibilità degli ascensori, le interruzioni di corrente e la pioggia nelle stazioni a una mancanza di fondi per effettuare i collaudi necessari; un blando tentativo di giustificare gli evidenti errori strutturali del progetto e la fretta dell’amministrazione comunale, fortemente pressata dalla rabbia crescente dei romani , nell’apertura della linea. Le dimissioni del direttore generale di Roma Metropolitane, Federico Bortoli, e dell’ad di Atac, Carlo Tosti, sono un chiaro segnale della confusionaria gestione del trasporto pubblico a Roma, il cui traffico è ormai ad un collasso senza precedenti. Trasporto di superificie e metropolitano versano in una situazione di perenne incertezza, con lavori interminabili, dipendenti sul piede di guerra perchè costretti a turni disumani e cittadini esasperati per un servizio che è un eufemismo definire scadente.

Un’altra odissea si preannuncia per la messa in funzione del capolinea della B1, previsto dal progetto alla fermata di viale Jonio. Il termine dei lavori, previsto per i primi mesi del 2013 (dopo essere già slittato per ben due volte) sembra una chimera che difficilmente potrà essere realtà prima della fine dell’anno. Un progetto molto travagliato quello che avrebbe dovuto cambiare la mobilità di uno dei municipi più grandi della Capitale, il quale ha subito numerosi ritocchi in corso d’opera: l’abolizione della stazione Nomentana e del parcheggio di viale XXI Aprile, l’accantonamento del tunnel con tapis-roulant che avrebbe dovuto sostituire quest’ultima, l’istituzione della fermata Jonio e la presunta realizzazione di un ponte ciclo-pedonale sul fiume Aniene.

Come se non bastasse, le zone adiacenti alle nuove stazioni presentano problemi di più o meno grave entità. A parte il traffico triplicato, i parcheggi diminuiti, il parco di piazza Conca d’Oro scomparso, la situazione più pericolosa riguarda certamente le crepe e i danni strutturali agli edifici contigui. Roma Metropolitane scarica ogni responsabilità in merito; molti residenti sono invece agguerriti contro il gruppo Salini, general contractor (principale contraente) dell’appalto, che secondo molti avrebbe più di una colpa in tutta la faccenda.

Ma chi è il gruppo Salini? Perchè, nonostante sia il principale costruttore, non viene mai chiamato in causa per le problematiche dell’opera? Risulta difficile credere nella sua impeccabile condotta, considerando anche la natura originaria delle criticità.
Il gruppo Salini è il terzo “General Contractor” italiano, specializzato nelle costruzioni di grandi opere. Nel 2011 ha raggiunto un fatturato pari a 1,4 miliardi di Euro ed un portafoglio lavori di circa 10 miliardi. Ha una lunga storia di costruzione di opere faraoniche da 70 anni ad oggi, in Italia e nel mondo: infrastrutture in Somalia, Sierra Leone, Gabon, Marocco, Etiopia, Guinea; la ritrutturazione di alcuni edifici romani, come la nuova sede dell’università di Roma 3 e dell’ex caserma sani (nella quale risulta la presenza di amianto); dighe ed impianti idroelettrici in Cina, Uganda, Zimbawe, Ghana, Giordania e le centrali idroelettriche di Brindisi Nord e di Brindisi Sud, cui spetta, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, il triste primato di impianti più inquinanti d’Italia, come testimoniato dal processo a carico dei loro dirigenti per gravi reati ambientali.

Negli ultimi tempi il gruppo romano è finito alla ribalta dei quotidiani nazionali per una presunta operazione illecita compiuta in collaborazione col fondo statunitense Amber in merito all’acquisizione, nel mese di luglio, nientemeno che del gruppo Impregilo. Quest’ultimo è tristemente noto a molti come il braccio di cemento armato di ogni governo degli ultimi 50 anni. Impregilo è ovunque: nella Salerno-Reggio Calabria per la quale ha chiesto un prolungamento di tre anni per la consegna dei lavori (e da cui ruba nel vero senso della parola soldi pubblici da vent’anni insieme alle amministrazioni). Ha costruito l’inceneritore di Acerra e numerose tratte del TAV nel nord Italia (Novara-Milano, Torino-Novara, Bologna – Firenze), oltre ad aver ottenuto l’appalto per l’alta velocità del Terzo Valico sulla tratta Milano – Genova. E’ la società a cui il Governo vuole affidare il Ponte sullo Stretto, le nuove centrali nucleari. E, dulcis in fundo, vanta la “specializzazione” nell’edificazione degli ospedali, tra cui l’ospedale de L’Aquila, sgretolatosi nel terremoto del 2009.

Insomma il gruppo Salini fa parte di quelle società responsabili della costruzione di mostri sempre più faraonici e costosi, falsi dispensatori di lavoro e funzionalità, finanziati attraverso il nostro denaro, mentre la qualità della nostra vita continua a peggiorare, le opportunità di lavoro diminuiscono, la precarietà dilaga sempre più, i territori che viviamo quotidianamente sono sempre più devastati.

Visti i precedenti e le caratteristiche dei costruttori, i sospetti sulla solidità del prolungamento B1 e sulle responsabilità del gruppo prendono corpo. Chissà cosa ne pensano i residenti inferociti…

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ANCHE QUESTO NATALE NON FACCIAMO SCONTI ALLA CRISI!

Siamo giovani precari di Ostia.
Siamo gli studenti e le studentesse che questo autunno hanno occupato tutte le scuole del quartiere.
Siamo i ragazzi della Palestra Popolare Lidense aperta vicino piazza Gasparri.
Siamo un gruppo di persone che si è stancato di pagare il prezzo di una crisi generata dalle banche e dalle lobby di questo paese.

In questa vigilia di Natale abbiamo deciso di rivendicare uno sconto in questo supermercato.

La crisi non ci permette di accedere liberamente ai beni e mette in discussione la possibilità di soddisfare i bisogni materiali. I nostri, così come quelli di tante famiglie del litorale romano, costrette a barcamenarsi tra entrate sempre più assottigliate da precarietà e disoccupazione e uscite sempre più opprimenti a causa di mutui-capestro, affitti, Imu (quando hanno un tetto sulla testa!) e servizi sempre meno pubblici e sempre più costosi ed inefficienti.

Vogliamo trasformare il nostro territorio, stretto dalla morsa delle speculazioni e dagli interessi dei poteri forti. Rivendichiamo il diritto all’abitare che non è soltanto accesso alla casa, ma piuttosto rivendicazione dei servizi funzionali ad una vita dignitosa.

Vogliamo una reinversione del denaro pubblico verso la cultura e l’istruzione che porti ad un miglioramento delle strutture scolastiche ormai fatiscenti.Vogliamo nuove scuole e nuovi asili,una scuola pubblica accessibile a tutti e libera dagli interessi dei privati. Vogliamo un trasporto pubblico efficiente e gratuito. Vogliamo spiagge libere e accessibili. Vogliamo un servizio sanitario che permetta cure per tutti/e e di qualità. Vogliamo spazi sociali per i giovani, e non progetti assurdi come waterfront, piste da sci (!) e minigolf. Vogliamo un territorio a misura delle esigenze della cittadinanza e non siamo più disposti a vederlo deturpato dagli interessi privati.

Non affideremo alle urne elettorali i nostri desideri, perchè purtroppo abbiamo imparato quanto la politica dei partiti sia lontana dalle nostre esigenze. Costruiremo insieme alla gente di Ostia delle nuove istituzioni autonome che rispondano ai bisogni della città. In forma autorganizzata ci riapproprieremo della nostra esistenza e ci riprenderemo tutto quello che vogliono toglierci.
Questo Natale abbiamo deciso di non fare sconti alla crisi, perchè sappiamo di non essere colpevoli della miseria che ci hanno generato intorno.

Contro la crisi, ci riprendiamo tutto e non paghiamo niente!
non paghiamo

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trasporto pubblico gratuito in Francia

Incolliamo un articolo davvero interessante su alcune città francesi in cui non si paga il trasporto pubblico (ma anche l’acqua…). Per dimostrare che UN SERVIZIO DI TRASPORTO PUBBLICO GRATUITO non solo è possibile ma esiste già e funziona!

Quando la gratuità polverizza il liberismo

Il nuovo motto di cittadini, movimenti e amministratori locali francesi? Liberté, egalité, gratuité. Non contenti della ripubblicizzazione del servizio idrico di Parigi, raccontata il tutto il mondo, e della diffusione di mercati demercificati con spazi di gratuità in diverse città, ora hanno cominciato a sperimentare servizi pubblici gratuiti nei trasporti e in altri settori. Con determinazione ed efficacia. Le pratiche di accesso gratuito ai beni comuni, nonostante i molti nemici, secondo lo scienziato politico e obiettore di crescita Paul Ariès, sono il modo con il quale i movimenti che contestano la dittatura della crescita fanno passare i loro principi e le loro pratiche nella cultura di sinistra.

Salire su un autobus senza biglietto in mano senza rischiare di passare per un truffatore: ad Aubagnais accade tutti i giorni. Per tre anni, questa città di 104.000 abitanti, alla periferia di Marsiglia, ha optato per un servizio di trasporto totalmente gratuito. Questa gratuità è stata riservata all’inizio ai cittadini in cerca di lavoro, ai destinatari del Reddito minimo di inserimento, alle persone anziane e ai disabili. Ispirato dallo spirito del «diritto ai trasporti per tutti» previsto dalla legge sul trasporto interno e votato dalla sinistra nel 1982, il sindaco comunista di Aubagne, Daniel Fontaine e la sua amministrazione hanno proposto questa misura durante le elezioni comunali del 2008 comunali.

Appena eletto, il comune inizia una lotta con la società Aubagnais Bus, di proprietà di Veolia, che gestisce la rete dal 2007 come parte di un’ampia delega di servizio pubblico. Veolia si impegna ad attuare il servizio di gratuità e i consiglieri eletti chiedono alla società di rivedere gli obiettivi per favorire una maggiore utilizzo dei trasporti pubblici. Obiettivi ampiamente superati: durante i primi sei mesi del servizio di gratuità l’utilizzo dei mezzi è aumentato del 70 per cento. Tra il 2008 e la fine del 2011, il numero di utenti è cresciuto del 146 per cento! Ben al di sopra degli obiettivi iniziali definiti nel quadro della delega di servizio pubblico con le spese di trasporto (2 per cento annuo). Un sondaggio condotto nel marzo 2010 dimostra che il servizio gratuito, oltre a promuovere una mobilità diversa, attira nuovi utenti, compresi i giovani sotto i diciotto anni e le persone incapaci di muoversi senza un veicolo a motore (auto o moto).

Chi trae beneficio dal servizio gratuito?

Nella città di Châteauroux (76.000 abitanti), il trasporto è gratuito da un decennio. A differenza di Aubagne, sono considerazioni economiche che hanno portato il sindaco di centro-destra Jean-François Mayet a fare del servizio gratuito una questione della campagna per le elezioni comunali. La sua intenzione? Favorire l’economia locale – in particolare i negozi del centro – senza mettere in discussione l’uso della macchina.

Dieci anni dopo l’introduzione del servizio gratuito, la presenza sulla rete gestita da Keolis (società controllata da Sncf), è aumentata del 208 per cento! Secondo uno studio realizzato da parte della Comunità urbana di Châteauroux, i principali beneficiari delle prestazioni gratuite sono le persone che hanno la Copertura sanitaria universale (Cmu) e l’assistenza medica statale: più della metà degli utenti hanno un reddito mensile inferiore a 1.100 euro; quasi uno su dieci sono nuovi passeggeri che prima del servizio non utilizzavano i mezzi pubblici a causa dei prezzi dei biglietti.

Chi finanzia il trasporto gratuito?

Oltre a Aubagne e Châteauroux, 23 reti di trasporto urbano, su 290, hanno scelto di promuovere un servizio completamente gratuito per gli utenti (sette comuni di oltre 40.000 abitanti, Aubagne, Castres, Châteauroux, Compiègne, Muret, Vitré, Gap). (…) Secondo il Gruppo delle autorità di trasporto (Gart), la vendita dei biglietti copre in media il 20 per cento del fabbisogno del finanziamento della rete urbana dei trasporti, dietro le imposte locali (30 per cento) e i contributi alle aziende delle amministrazioni (48 per cento). Gart, che comprende le città e le comunità con una rete di trasporto pubblico, «non incoraggia questa pratica»: il servizio gratuito sarebbe rilevante solo per le reti di piccole dimensioni.

Per sostituire le entrate derivanti dalla vendita dei biglietti, Aubagne e Châteauroux hanno deciso di aumentare la «tassa di trasporto». Questa è pagata da aziende pubbliche o private del territorio che impiegano più di nove dipendenti. In entrambe le città, il contributo è stato aumentato rispettivamente a 1,8 e 0,6 per cento della massa salariale della società. Si aggiunge una puntura limitata al bilancio generale della collevità. Mentre l’incasso dai biglietti era di 710.000 euro, l’aumento dei contributi aziendali per infrastrutture di trasporto è del valore di 5 milioni di euro. La Comunità urbana del paese di Aubagne e Etoile sta anche progettando la costruzione di una linea tranviaria totalmente gratuita entro cinque anni. «Completamente gratuito» non significa nessuno investimento per il futuro.

La gratuità, una «falsa idea buona»?

Nonostante queste esperienze, la diffidenza verso il trasporto pubblico gratuito restano forti. Non a caso, l’Associazione dei Trasporti e della ferrovia (Utp), che comprende grandi aziende (Sncf, Ratp, Veolia-Transdev, Keolis…) lo considera come un «epifenomeno». E mostra la sua ostilità. Troppo costoso, non facilita il trasferimento dall’auto al trasporto pubblico, minaccia la qualità del servizio, insomma «la gratuità per tutti non soddisfa gli obiettivi di sviluppo di una rete di trasporto», si legge in un rapporto di Utp.

La Federazione nazionale degli utenti dei trasporti (Fnaut) condivide queste critiche. La gratuità è una falsa idea buona» che «induce i viaggi non necessari…», ha detto l’associazione utenti. Che preferisce il sistema di tariffe sociali per i giovani, i disoccupati o famiglie.

Il servizio gratuito è qualità inferiore?

A Châteauroux, la creazione del servizio gratuito ha provocato «una riduzione lieve in termini di qualità dei servizi», dice Bruno Cordier, direttore dell’agenzia di consulenze Adetec. Qualità inferiore manifestata soprattutto dagli utenti, un deterioramento della pulizia del bus, il fatto che sono spesso affollati e meno affidabili. Questo è uno degli argomenti contro la gratuità: favorisce la mancanza di rispetto nei confronti delle infrastrutture o atti vandalici, «il fatto che il servizio è gratuito non ha alcun valore» (secondo la Utp). «Ma l’aumento osservato in atti di vandalismo a Châteauroux non può essere attribuito esclusivamente alla gratuità in quanto tale – commenta Bruno Cordier – Purtroppo è una società che cambia. Inoltre, è logico che il vandalismo aumenta quando aumenta la frequenza».

Alcuni esperti criticano il servizio gratuito sostenendo che in realtà non promuove il trasferimento dall’auto al trasporto pubblico. Per essere efficace, la gratuità «deve essere accompagnata da ‘stress’ per chi utilizza le vetture (parcheggi, aumento del costo del carburante…)». Si noti che i trasporti – auto incluse – sono la seconda più grande spesa delle famiglie (14 per cento), dietro la cura del corpo (25 per cento) e ai prodotti alimentari (13 per cento). Secondo uno studio a Aubagne, l’introduzione del servizio gratuito ha ridotto del 63 per cento gli inquinanti di viaggio, sia per andare al lavoro che per il tempo libero.

Tre litri di acqua gratis al giorno per persona

L’esperienza della gratuità si trova anche nel settore dell’acqua potabile. Dal dicembre 2011, la città di Roquevaire (8.700 abitanti) applica all’acqua la «quasi-gratuità»: il consumo dei primi 30 metri cubi costano 1 euro – 0,03 euro al metro cubo – e i prezzi variano a seconda dell’uso. Desideroso di sbarazzarsi di gruppi privati, Roquevaire ha optato per una gestione pubblico regolamentata. Questa scelta gli permette di fare grandi entrante, mobilitando il suo personale e finanziandosi per l’attrezzatura necessaria.

Île-de-France, la Comunità urbana di Laghi delll’Essonne (Cale), che comprende le città di Grigny e Viry-Châtillon (60.000 abitanti), è andata oltre, introducendo la gratuità per i primi metri cubi di acqua consumata, essenziali per la vita, tre litri al giorno per persona. Questa decisione è stata presa dal presidente, Gabriel Amard (di sinistra), dopo aver tenuto un referendum cittadino nel giugno 2010, durante il quale il 95 per cento dei 4.949 votanti erano a favore del passaggio all’autorità autonoma pubblica. Quest’ultima è stato creato, previa deliberazione, dopo la rottura del contratto esistente con Veolia il 1° luglio.

Guerra dell’acqua contro Suez e Veolia

Questo non è tutto. Gabriel Amard ha ora intenzione di fare a meno dei servizi della Southern Water Parisien, un ramo regionale di Lyonnaise des Eaux (Suez Environment) per l’approvvigionamento idrico e di riconvertirlo come proprietà pubblica. Una decisione che non è gradita dalla società (…).

«Per noi, la gratuità consente di ridistribuire le entrate fiscali ed è in linea con la pianificazione ambientale – dice Nathaniel Uhl, direttore della comunicazione Cale – Vogliamo anche mostrare che l’acqua è un bene comune ed è nostra responsabilità collettiva per prendersebe cura». E ha aggiunto: «Abbiamo voluto rompere con l’idea prevalente, anche a sinistra, secondo la quale l’unico modo per dare un aiuto alle persone è quello di farglielo pagare …». Per Cale, la distribuzione di acqua potabile è stata la prima esperienza di gratuità. Oggi, la comunità urbana di Essonne noleggia biciclette e fornisce compostiere gratuite ai suoi cittadini. «Vogliamo essere un esempio, perché offriamo alternative politiche concrete. Queste non sono solo parole, sono atti», dice Nathaniel Uhl.

Quando la gratuità polverizza «il dogma del liberismo»

«Ogni volta che prendiamo una iniziativa nel campo della gratuità, le persone tornano a fare politica, anche quando si tratta di un fallimento», dice Paul Ariès. Per lo scienziato politico e obiettore di crescita, una delle sfide della gratuità è «uscire dall’economicismo». «Così come non vi è alcuna società di mercato senza il mercato della cultura, non può esserci una società della gratuità senza una cultura della gratuità», dice.

«Entrate per la coda il capitalismo», non prendendo la proprietà diretta del capitale, ma «sovvertire il principio di mercato dei consumatori» su cui si basa. Questo è ciò che invita a fare la gratuità secondo Magali Giovannangeli, presidente della Comunità urbana del paese di Aubagne e Etoile, e il filosofo Jean-Louis Sagot-Duvauroux, autori di Voyageurs sans ticket, Liberté, Égalité, Gratuité, une expérience sociale à Aubagne (edito Au diable vauvert, 2012, 15 euro). Con l’instaurazione della gratuità – questa «più alta forma di deregulation», che non fa distinzione tra ricchi e poveri – la dottrina del liberismo, che è diventato così diffusa nella nostra testa, viene polverizzata con l’esperienza» dicono.

Gratuità contro crescita?

La gratuità dell’acqua, del trasporto pubblico urbano, dei pasti a scuola, dei servizi funebri come dei servizi culturali, permettono secondo Paul Ariès di attuare «stili di vita radicalmente diversi», di «ripensare un progetto globale» (…). In questo contesto, suggerisce Paul Ariès, ad esempio, è utile la creazione di un’Agenzia nazionale per la gratuità che metta in connessione le esperienze esistenti. «Il sistema rende visibile solo un certo numero di alternative, e la gratuità è parte di queste. Tuttavia – dice –, dobbiamo rendere visibile l’invisibile».

È ampio il dibattito all’interno della sinistra sulla gratuità come progetto di emancipazione, in particolare tra i sostenitori e gli oppositori del reddito incondizionato. «Ma la lotta per la gratuità è in grado di superare questo conflitto, nel senso che i rendimenti sociali possono essere somministrati sia in moneta nazionale, sia in valuta regionale da inventare, ma anche sotto forma di accesso ai servizi demonetatizzati pubblici e ai beni comuni – dice Paul Ariès – La gratuità, in particolare, permette di far passare il discorso dell’obiezione di crescita in una cultura di sinistra».

(fonte: comune-info.net)

 

La risposta dell’ATAC a chi non vuole pagare il biglietto è la solita buffonata all’italiana: l’azienda ha pagato qualche attore della serie I Cesaroni per ricordare che pagare il biglietto è brutto e sbagliato, e invece fare il biglietto e l’abbonamento è cosa buona e giusta. Che amarezza!


 

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casale alba 2 occupato!

Riappropriarsi di spazi pubblici, sottrarli alla speculazione o alla cementificazione per costruire luoghi di socialità, luoghi liberati e gestiti dalla collettività è uno dei passi che ci portano realmente verso un sistema diverso. Una delle tante esperienze recenti è l’occupazione del Casale Alba 2, all’interno del parco di Aguzzano che si trova a Roma nord-est. Qua il comunicato e un po’ di materiale.

CASALE  ALBA2  OCCUPATO !

Il COORDINAMENTO PER LA TUTELA DEL PARCO DI AGUZZANO è un’assemblea aperta a tutti e tutte coloro che vogliono difendere e migliorare il futuro del parco d’Aguzzano, dei suoi casali, dei nostri quartieri e delle nostre vite.

Il Coordinamento da un anno sta costruendo un percorso che non si limita a difendere il Parco dall’ennesimo attacco speculativo, ma che ha rappresentato per molte persone un’ occasione per conoscersi e condividere idee e sogni.

Tale percorso è nato in opposizione al progetto I.C.A.M. (Istituto a Custodia Attenuata per Madri detenute con figli fino a tre anni di età) per il casale Alba 2.
Dopo aver elaborato un documento tecnico, tentato vanamente un minimo dialogo con le istituzioni, raccolto 3500 firme nel quartiere, dopo aver condiviso in questi mesi approfondimenti e ragionamenti siamo arrivati alla conclusione che e’ inaccettabile la realizzazione di un area militarizzata dove rinchiudere e quindi isolare le madri con i loro figli. Un folle progetto che inoltre aprirebbe la strada alla cementificazione del parco e delle zone limitrofe.
Alla speculazione opponiamo un nuovo modo di intendere la socialità e gli spazi, concepiti non come contenitori vuoti, ma come luoghi “vivi” di aggregazione, confronto e cultura. Non vogliamo più chiedere e reclamare per ottenere false promesse, bensì riscoprire la gioia della condivisione, del “fare” insieme con le proprie mani senza discriminazioni di colore, sesso, cultura, nazionalità.

In continuità con queste idee ci siamo riappropriati del Casale Alba2 (restaurato e inutilizzato dal 2009) per restituirlo alla collettività, integrandolo con il Parco e la sua originaria destinazione socio-culturale. Sogniamo uno spazio dove ripartire dal basso, sottratto alle logiche di potere e di profitto senza prevaricazione di alcun tipo, aperto alla libera condivisione di saperi e risorse, in cui le persone non si limitino ad usufruire passivamente di un servizio, ma siano attivamente protagoniste dei suoi percorsi, delle sue attività, della sua gestione, della sua volontà di armonizzare e valorizzare le diversità.

Abbiamo già in mente alcuni progetti come l’Osservatorio contro la cementificazione (indagine e informAazione contro la speculazione edilizia e per la salvaguardia dell’ambiente), laboratori pratici come la ciclofficina, il laboratorio di falegnameria, di erboristeria, di informatica (per la condivisione dei saperi e del saper fare), la biblioteca e la sala prove musica (luoghi di socialità, produzione, accoglienza ma anche di proposta sull’editoria cartacea e musicale autoprodotta), la BancarellaSprigionata (luogo di dialogo autogestito con le detenute di Rebibbia)…

Per cominciare a praticare queste idee e quelle che costruiremo insieme nel tempo iniziamo da subito i lavori utili nel Casale Alba2!

Domenica 9 Dicembre 2012

dall’ Alba al Tramonto

ore 10.00 – attività per bambini (di tutte le età!)
ore 13.00 – Pranzo sociale
ore 15.00 – Assemblea Pubblica di presentazione
ore 18.00 – Aperitivo musicale


Ripartiamo dal basso, ci riprendiamo i territori!

Per partecipare, stabilire contatti, ricevere la Newsletter scrivere a:
coordinamentoparcoaguzzano@inventati.org

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riappropriazione a Bologna.

Le pratiche di riappropriazione sono molto più diffuse di quanto si dica. I giornali non ne parlano, le forze dell’ordine le reprimono, la politica le condanna, perché si tratta di pratiche che fanno paura. Se tutte le persone che hanno bisogno di una casa occupassero spazi abbandonati, se tutti gli utenti dei servizi di trasporto che non possono pagare biglietti e abbonamenti si rifiutassero di pagare, se si iniziasse in massa riprendersi spazi verdi, o a barattare i propri oggetti, se si facessero circolare libri e film, se si condividessero momenti di socialità dove non si paga per vedere un film o imparare qualcosa, chi farebbe più profitto?

Ma bisogna capire che non è giusto rinunciare a qualcosa perché costa troppo, anzi, perché ce lo fanno pagare troppo. Non posso andare al cinema perché il biglietto è troppo caro? Non posso prendere l’autobus perché il biglietto è troppo alto e poi mi fanno la multa? Non posso comprarmi un libro perché 20 euro non ce li ho? Devo svenarmi per pagare un affitto a qualche palazzinaro perché i prezzi di mercato sono questi?

La soluzione c’è. La riappropriazione. L’autoriduzione. Una società classista come la nostra impedisce sempre di più l’accesso a servizi fondamentali (la sanità, l’istruzione, il trasporto) a chi non ha soldi, e ti costringe a rubare o a rinunciare a fare quello che vorresti. Quante persone rinunciano ad una visita medica perché è troppo cara? Quanti, a Roma ma non solo, spendono metà del proprio stipendio in affitto e bollette? Quante volte siamo costretti a rinunciare a uscire perché tutto costa, tutto è fonte di profitto? Oggi si sta ricominciando a delineare anche un’università di classe, dato che le tasse universitarie sono sempre più inaccessibili a chi ha un reddito basso. E per imparare qualcosa o per frequentare un corso, bisogna pagare.

Ma questo discorso vale anche, ad esempio, per lo sport. A Roma esistono diverse palestre popolari o autogestite, nate da occupazioni di luoghi abbandonati e convertite in spazi in cui non sono il profitto o la competizione a contare, ma l’accesso a tutti e tutte allo sport, la condivisione di valori come l’antifascismo, l’autorganizzazione, l’antisessismo, l’orizzontalità.

 

A Bologna il collettivo Làbas nelle ultime settimane ha praticato qualcosa di simile: dall’occupazione della Coop alla campagna contro l’ATM (l’equivalente dell’ATAC) fino alla riappropriazione di una caserma abbandonata questo è uno degli esempi di come ci si possa autorganizzare e reagire al sistema.

Riportiamo alcuni pezzi di uno comunicato di Làbas.

LabasDiventa sempre più difficile in questa crisi riuscire ad esprimere le nostre esigenze materiali: per pagare l’affitto di casa devi destreggiarti tra mille lavoretti precari, andare al cinema e a teatro è diventato un lusso, per comprare l’ultimo best seller devi sperare che ti salti magicamente in borsa, per fare la spesa devi portarti dietro la calcolatrice come se fosse un problema di matematica da risolvere, per muoverti in libertà per la città con i mezzi pubblici o per spostarti da una città all’altra devi giocare a “guardie e ladri” con i controllori o pagare un biglietto a cifre improponibili per le tue tasche…altro che diritti, qua si parla solo di profitti…

 

 
Per questo motivo il 13 novembre abbiamo occupato l’ex Caserma Masini; per questo motivo siamo determinati a difenderla e a ripensarla insieme; (…) per questo motivo il 22 novembre abbiamo occupato la Coop e bloccato le casse affermando di “volerci mangiare la crisi” e dimostrando che “la coop siamo noi”; per questo motivo abbiamo manifestato in migliaia invadendo di antifascismo il quartiere Santo Stefano e più in generale la città, convinti e determinati contro ogni forma di fascismo e per chiudere la sede, da poco aperta, di Casa Pound Bologna; per questo motivo il 24 abbiamo sanzionato l’Er.Go per dire che il diritto allo studio non è lusso e per esprimere la nostra contrarietà ai tagli alle borse di studio, alla chiusura degli studentati, alle tasse universitarie esorbitanti; per questo motivo abbiamo sanzionato l’Atc, l’azienda trasporti bolognese che fa pagare una cifra improponibile per un biglietto, che pubblicizza la campagna “io vado e non evado” quando è proprio questa che evade quasi 2milioni di euro al fisco; per questo motivo siamo vicini, complici con le tante scuole occupate di Bologna che stanno rompendo l’immobilismo che eravamo abituati a vedere.

 

Le azioni di Làbas, le pratiche di orizzontalità e la ripresa del proprio territorio in Val Susa, le occupazioni di case in tutta Italia, i copyleft, le palestre popolari e autogestite, gli orti urbani, le autoriduzioni di biglietti e bollette, l’autorganizzazione dei lavoratori, sono alcuni esempi di come le alternative ci siano, e siano davvero praticabili. (la foto del Libanese è d’obbligo)

 

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A chi non ha più l’età per scavalcare…il tornello glielo apriamo noi!

È stato bello vedere studenti entusiasti e signore che ringraziavano e sorridevano, passare con il tornello aperto…a discapito di tutte le critiche che la nostra battaglia suscita tra legalisti ipocriti e moralisti vari. Il fatto di chiamarci teppisti, delinquenti, parafascisti (!?) non fa che renderci ancora più determinati nella nostra campagna.

L’ATAC fa sempre più schifo, i fondi per il trasporto pubblico continuano a calare mentre l’azienda continua ad essere gestita da ricconi incapaci che magari girano per la città con l’autista…mentre noi rimaniamo a piedi.

Ecco come si fanno le autoriduzioni!

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Milano, i media e l’isteria generale

ieri a Milano i lavoratori e le lavoratrici dell’Atm, azienda di trasporti milanese, hanno scioperato mandando in tilt la città.  quello che è davvero interessante agli occhi dei media, che si dimostrano sempre più ridicoli e banali, è stata la reazione isterica dei comuni cittadini”, il loro essere stati trattati “peggio di bestie”, il tutto correlato da video allarmanti e foto indecenti. il corriere (perché non abbiamo il coraggio di leggere giornali più a destra) ha scritto un bell’articolo sull’ingiustizia subita dai malcapitati milanesi. quello che è forse più grottesco è l’aver sbagliato completamente il soggetto vittima di questa situazione, e di questo vi volevamo parlare perché ha a che fare con l’intera società.  delle persone scioperano (perché? cosa vogliono? cosa non vogliono? cosa li spinge a scioperare e perdere una giornata di lavoro? tutto ciò non conta…) e la cosa più ingiusta, secondo il corriere, è che “Le sorelline ventenni Giulia e Alice Foglia” abbiano avuto paura. Nomi e cognomi, sì, perché a chi subisce uno sfruttamento sul lavoro non bisogna dare un nome (al massimo c’è qualche delegato sindacale che si può citare, al massimo però…), ma alla signora Antonella che prende fiato e dice che stava soffocando sì. Un’altra signora trema. L’isteria generale arriva al punto che “Un paio di ragazzotti sbattono pesanti manate sulle fiancate del treno, bum bum come un tamburo, il resto del convoglio si unisce al coro: «Vergogna! Vergogna!»”. E il bravo giornalista aggiunge una parola molto significativa: Frustrazione. Ma frustrazione di chi? Del pendolare che non può andare al lavoro e rischia di finire schiacciato per prendere l’ultimo treno, o del lavoratore che sciopera? Perchè in questo paese del cazzo chi sciopera non ha veramente il diritto di farlo, le sue ragioni non interessano, specialmente se mette in tilt una città come Milano dove se non lavori e non hai i soldi non sei nessuno, dove le persone sono disposte a FARSI trattare come bestie per prendere in fretta una metropolitana e spostarsi da una parte all’altra della città. Non c’è il menchè minimo accenno alla tristezza esistenziale di una popolazione di tremanti, isterici, sudati pendolari che inveiscono contro tutto e tutti perchè gli viene tolto il diritto alla mobilità. E lo diciamo noi che ci facciamo una campagna e una lotta quotidiana per il diritto alla mobilità. Ma forse il diritto ad una condizione di lavoro migliore viene prima. Ai bravi cittadini della Milano raccontata dal corriere non va giù che la loro routine venga sconvolta da qualche rompicoglioni che non vuole lavorare. Come non va bene ai bravi borghesi romani, vittime della cultura della legalità, che qualcuno non paghi il biglietto per protesta. Come non va bene che si manifesti e si metta sottosopra una città, non va bene andare in curva, non va bene imboccare a lezione all’università e parlare ad un megafono, non va bene occupare un edificio abbandonato per viverci, non va bene lottare, protestare, bloccare le strade, non va bene non avere voglia di lavorare, non va bene niente di tutto ciò che è contro la routine e il sistema.

a chi non va bene tutto questo però? forse dandosi una risposta qualcosa cambierà.

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_ottobre_3/martedi-nero-trasporti-pubblici-2112075071352.shtml

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Parentopoli Atac: chiuse le indagini

Un’inchiesta pubblicata il 25 settembre scorso, in seguto alla chiusura dell’indagine, sull’edizione romana del Messaggero getta ulteriore luce sulle vergogne della parentopoli dell’Atac. L’indagine, condotta dal pm Francesco Dall’Olio, riguarda 49 assunzioni pilotate tra Trambus e Metro Spa, che poi sono confluite in Atac. Otto gli indagati, tutti per abuso d’ufficio: Adalberto Bertucci (ad di Trambus), Antonio Marzia (ad di Metro Spa), i direttori delle risorse umane di Trambus e Metro Spa, rispettivamente Luca Masciola e Vincenzo Tosques, fino all’Assessore per l’Ambiente Marco Visconti. L’inchiesta del quotidiano riporta alcuni casi eclatanti tra parenti e amici. Trovare lavoro è sempre più difficile, e la pensione è ormai un miraggio. Lo sanno bene i quadri del Pdl, visto che, con il concorso  dei loro degni compari del Pd, dell’Udc e quant’altro, hanno demolito il primo e annullato la seconda. E’ anche vero che chi è stato fedele, ha portato voti e ha sempre lottato per la causa va ricompensato. E così Gianluca Ponzio, direttore del servizio relazioni industriali che in gioventù flirtava coi Nar (gruppo terrorista di stampo fascista), si è aggiudicato un contratto da 100mila euro annui con maggiorazioni del 25% qualora vengano raggiunti determinati obiettivi; la particolarità del contratto è che questi obiettivi aziendali non vengono specificati (evidentemente gli obiettivi erano la disperazione dei viaggiatori e il supersfruttamento dei lavoratori)!. Ci risulta che ora guadagni 240mila euro. Mauro Lombardo, vicesindaco pdl di Guidonia, è stato assunto dapprima come operatore a 19mila euro, per poi schizzare a 170mila con il suo nuovo incarico di direttore dell’ufficio acquisti. L’ex consigliere comunale di Palombara Sabina Manolo Cipolla rende onore al suo cognome: a sapere che guadagna 160mila e rotti euro per essere il capo degli acquisti in economia, ci viene da piangere. Un po’ peggio va a Pietro Menicucci, candidato (e trombato) presidente dell’XI Municipio per il  pdl, che si accontenta di 110mila euro per fare boh; infatti stabilire la mansione del Menicucci risulta alquanto ostico, non tanto perchè il suo contratto di assunzione è impreciso, quanto perchè manca proprio il contratto! Una menzione d’onore merita l’ineffabile Francesco Bianco, di cui avevamo già parlato in questo blog. Ex Nar anche lui, ha fatto parte del commando che uccise a sangue freddo il ventiquattrenne Roberto Scialabba, ed è stato processato per rapine e tentato omicidio; chi conosce bene la sua storia afferma che “non ci sta pezzo della storia della destra radicale romana che non lo abbia visto protagonista”; ciliegina sulla torta, è stato gambizzato qualche mese fa in circostanze poco chiare. Un autentico cowboy moderno, insomma. Assunto con contratto a tempo indeterminato a 32mila euro l’anno, afferma di aver preso la licenza media “presumibilmente” (!) negli anni 1974-1975, in scuole medie statali di cui non ricorda nè il nome (!!) nè la via (!!!). Nel suo fascicolo in Atac non c’è traccia del certificato penale; in compenso c’è un’autocertificazione, in cui il nostro afferma di aver estinto completamente il suo debito con la legge… La prossima volta che un controllore vi farà la multa, provate a dirgli “tranquillo, tranquillo, ho già pagato!”. La famiglia, si sa, è uno dei valori che più sta a cuore alla nostra giunta comunale; valore sempre più messo in pericolo da piaghe sociali come la precarietà e crisi. Il summenzionato Adalberto Bertucci, PdL, ha dunque pensato di onorare la (sua) famiglia e di risolvere il problema della precarietà assumendo suo nipote, Fabio Giangreco, a tempo indeterminato con il discreto stipendio di 32mila euro annui; non che avesse particolari competenze, perchè, stando a quanto dice la Praxis (l’agenzia esterna che si occupa dei colloqui di chi deve essere assunto), il nostro Fabio era una “persona giovane ed inesperta da utilizzare in impieghi di taglio elementare”. Migliore sorte è toccata al genero del Bertucci, Patrizio Cristofari, che è diventato dirigente con uno stipendio stellare a sei cifre (il Messaggero parla di 150mila euro, ma a noi risulta che guadagni 240mila euro in quanto responsabile dell’Area mantenimento aree civili e impianti). Segue la moglie dell’assessore Visconti, Barbara Pesimena, diplomata in ragioneria, ex segretaria in un ambulatorio ed ex cassiera-capo in alcuni negozi di abbigliamento, misteriosamente posta a direzione della “Gestione degli eventi sanitari” (73mila euro per fare chissà cosa). Di fronte a questo ladrocinio fa sorridere la circolare di “Roma – servizi per la mobilità” che invita i lavoratori a risparmiare stando attenti a non lasciare le luci accese, a non sprecare penne e carta e a fare attenzione a non intasare i lavandini. Al netto del proverbiale mangia-mangia, questa indagine ci porta ad alcune riflessioni. Pensiamo che le assunzioni pilotate siano state  il modo con cui l’amministrazione comunale ha “pagato” gli assunti (o le persone e associazioni da cui gli assunti dipendono) per fare  qualcosa che avevano fatto o che dovevano fare; possiamo pensare a pacchetti di voti o a qualsiasi cos’altro: data la complessità e la disonestà generale della situazione, non è il caso di porre limiti alla fantasia! In secondo luogo, buona parte degli indagati e degli assunti coinvolti nella parentopoli provengono dall’area ex-AN, ossia dalla stessa area dell’ex presidente della Regione Polverini: poteva lei non sapere di quello che si muoveva in Atac, considerando anche che la Regione finanzia l’Azienda? Noi pensiamo proprio di no, con tanti cari saluti all’aura di presunte dignità e onestà che si è guadagnata in seguito alle sue tardive dimissioni (e che comunque non le hanno impedito di procedere a nove ultime nomine dirigenziali). Riteniamo anche necessario tenere gli occhi aperti anche nel caso di un cambio di guardia alla Regione e al Comune; per come la vediamo Pd e Pdl sono fatti della stessa pasta, quindi non faremo sconti a nessuno. Infine vogliamo invitare a riflettere che, se il servizio di trasporto pubblico a Roma è vergognoso, è per colpa di queste persone, che, oltre a guadagnare cifre scandalose per quello che fanno, sono assolutamente incompetenti a gestire le politiche del trasporto pubblico della seconda capitale più estesa d’Europa.

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